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L'antico paese di Serzela

Di Sèrzela sopravvive oggi soltanto la chiesa parrocchiale, che è nelle campagne di Gonnostramatza, a ovest di quel paese, a distanza di poco più di un chilometro, ed è dedicata a San Paolo Apostolo. Il paese di Sèrzela esisteva ancora quando venne nella nostra diocesi Mons. Pilo. Contava allora 50 abitanti; Figu ne contava 80, Pompu 128, Siris 158, Curcuris 200, Gonnosnò 225, Pabillonis 400. Era dunque il più piccolo paese della Diocesi, e scomparve prima che morisse lo stesso Mons. Pilo.

Gli abitanti erano ottimi contadini, ma languenti nella più squallida povertà. In quei tempi, per salvare i poveri dagli usurai strozzini, ciascuna chiesa metteva a disposizione i denari che possedeva, dando dei prestiti a chi ne facesse richiesta. E chi si era prestato dalla chiesa un qualsiasi "capitale", doveva pagare l'interesse del 5 per cento ogni anno, fino a restituire il capitale. Questi interessi, si chiamavano "censi". E, per la chiesa, "dare denari a censo" era come oggi acquistare delle cartelle: ogni anno se ne percepivano gli interessi, e questi interessi servivano per celebrazioni di messe, per spese di culto, per borse di studio in Seminario, ecc. È chiaro quindi che la chiesa, avendo prestato capitali, non poteva fare a meno di esigere i censi, cioè gli interessi con cui doveva soddisfare agli obblighi imposti dai fondatori delle diverse "opere". E a quei tempi, in cui non esistevano "Banche", questi denari dati a censo, cioè questi prestiti erano un grandissimo benefìcio a sollievo dei poveri. Nel 1761 era residente in Sèrzela il sacerdote Antonio Ghiani. Di lui è la seguente lettera spedita a Mons. Pilo: "Illustrissimo Monsignore non risposi subito alla Sua lettera, perché ero più di due mesi malato; e sono malato anche ora, per dolori alle giunture delle ossa. Questa chiesa di Sèrzela è povera e minacciante rovina. La rendita di quest'anno è stata di soli venti starelli di grano: e si deve pagare la cera della settimana santa e di tutto l'anno e si deve pagare pure il povero sagrestano; che neppure l'anno scorso fu pagato. La Chiesa possiede alcuni terreni, che prima si lavoravano gratuitamente dai parrocchiani, quando in paese e 'era gente. Ora non vi sono più che venti uomini, e inoltre vi sono i mandriani delle vacche della famiglia Diana di Forru, che pascolano nelle terre della chiesa. Dai censi si dovrebbe incassare, trenta lire all'anno; ma i debitori sono cosi abbattuti che non è possibile forzarli; e non avendo l'olio della lampada, in questa primavera scorsa, già tré volte dovetti consumare per alcuni giorni il Santissimo.

Nei giorni feriali, per dir Messa siamo io e il sagrestano e una suora, che qualche volta viene per ascoltarla. Nei giorni festivi non vogliono venire in chiesa perché non hanno vestito decente. Perciò dopo aver suonato ripetutamente la campana, son costretto a portarmi di casa in casa per invitare la gente a venire in chiesa; e anche cosi vengono in poche, perché ci sono quattordici case.

Sèrzela 23 settembre 1761
“Antonio Ghiani cura"

Un mese dopo lo stesso sacerdote scrive al Vescovo questa lettera: 

Illustrissimo Monsignore, ricevo oggi 23 ottobre la sua lettera del 20; e vedo che mi rimprovera per il mio ritardo nello scrivere; e mi ordina anche di riscuotere i “censi " della chiesa, che è tanto povera. Io farò con tutta diligenza quello che potrò, per forzare i debitori. Ma che cosa potrò forzare, se non c'è uno che abbia pane in casa? Per tutto il resto che Vostra Signoria mi comanda, cioè di usare sempre la veste |talare e di spiegare il Vangelo e la Dottrina, lo ho sempre eseguito, male come ho potuto; Resto pregando Iddio, che conservi Vostra Signoria Illustrissima, per molti anni come desidera. All'obbedienza di V. S. III.ma, il suo più piccolo servitore Sac. Antonio"
Con tutta la sua povertà Sèrzela aveva chiesina ben curata. E se anche aveva bisogno di restauro - secondo l'espressione del Sac. Ghiani - minacciava rovina", era tenuita con decoro ed aveva sufficiente corredo di paramenti. Aveva anzi i suoi arredi eucaristici d'argento, turibolo e navicella d'argento e anche il suo ostensorio d'argento, perché fin da prima del 1700 vi si praticavano le Quarant'Ore. Entro il paese vi era anche la chiesa filiale di Sant'Elena. Qualcuno potrebbe pensare che con quelli oggetti d'argento, vendendoli, il Parroco avrebbe potuto soccorrere i suoi parrocchiani. Ma d'ordinario, ed anche in Sèrzela, erano i parrocchiani stessi ad opporsi alla vendita di oggetti che erano stati tramandati da secoli. Perché vendendoli non se ne sarebbe ricavato molto; una volta venduti, la fame sarebbe egualmente tornata, e gli oggetti non ci sarebbero stati più, a nobilitare la loro chiesa e a rendere più degno il culto del Signore.
La sua unica grande festa era quella di San Paolo. Molto venerata vi era la Madonna nelle sue feste e nei suoi titoli, particolarmente quello del Santissimo Rosario.

Gli ultimi giorni di "Sèrzela"

Nel principio dell'anno 1775 - considerata anche la vicinanza di Gonnostramatza -l'autorità ecclesiastica era venuta nella determinazione di sopprimere l'officiatura della chiesa di Sèrzela e cancellarla dal numero delle parrocchie. Gli antichi, però, erano sempre, molto cauti nelle innovazioni, e nel caso presente si posero anche il dubbio che un decreto di soppressione potesse suscitare una sommossa nel popolo serzelese. Perciò presero i loro accordi con l'autorità civile; ed il 19 maggio 1775 il Vice Rè Conte della Marmerà scrisse alla Curia Vescovile che, essendo ridotti a soli ventitré gli abitanti di Sèrzela, non sembrava doversi temere di alcuna rivolta, e che perciò esprimeva il suo "nulla osta" per il provvedimento di ritirare i santi Sacramenti dalla chiesa di San Paolo di Sèrzela.
II 31 maggio 1775 il Vicario Generale, Decano Don Pedro Obino Meloni, nominò rappresentante della Curia e Delegato per questo provvedimento, il Rettore di Gonnostramatza Rev. Sac. Antonio Uccheddu, dandogli l'incarico di recarsi a Sèrzela per celebrarvi la santa Messa, togliere definitivamente da quel Tabernacolo il Santissimo Sacramento e consumarlo nella stessa Messa. Gli ordinava pure di ritirare gli Olii Santi e i vasi sacri e gli arredi, e che, mediante un regolare inventario, ne facesse consegna al Parroco di Sardara, al quale apparteneva quella chiesa e parrocchia.
Ciò fu effettuato il 16 giugno 1775, come risulta dal documento che qui si riporta tradotto dallo spagnolo:
"Addi 16 giugno 1775, il Rev. Giuseppe Antonio Uccheddu Rettore di Gonno-stramatza, Delegato dal Molto Rev. Signor Vicario Generale, si è recato personalmente in questo paese di Sèrzela, già abbandonato e ridotto a piccolissimo numero di abitanti -in compagnia del Notaio e Segretario della Curia e Mensa Vescovile Giovanni Palmas, sottoscritto e del Sac. Antonio Maxia, rappresentante del Rettore di Sardara (Leonardo Valentino, da Tempio) da lui delegato come suo procuratore - presente anche il laico Signor Bardilio Puxi di Sardara, per non essersi potuto avere, a causa delle sue occupazioni, il Ministro laico della Giustizia - pur precedentemente avvisato del giorno e dell'ora (nove antimeridiane) fissati dal Decreto Curiale per il trasferimento degli arredi della chiesa di Sèrzela - e non ostante la di lui assenza - il sopraddetto Delegato Rettore Uccheddu ha ordinato l'inventariamento e la consegna di detti oggetti al Rettore di Sardara rappresentato dal citato Sac. Rev. Antonio Maxia, al quale viene ora consegnato quanto segue:
Un calice d'argento dorato con relativa patena dorata, in ottimo stato, senza difetto alcuno - Un incensiere con relativa navicella, grandetta, tutto d'argento in ottimo stato senza difetto - Un ostensorio d'argento con i suoi cristalli - Una croce d'argento, liscia, col suo piede pure d'argento (deve trattarsi d'un Reliquiario della vera Croce) - Una pisside d'argento, internamente dorata, con relativo coperchio sormontato da crocetta e con la vesticciola di broccato d'oro a fiori, guarnita di "randa" d'oro fino - Una scatolet-ta d'argento per portare i Viatici, con relativa borsa verde e cordoncino di seta - Vasetto degli Olii Santi, d'argento - Mestolino d'argento per i battesimi - Secchiello di rame con relativo aspersorio - Croce parrocchiale di ottone con bastone di legno - Un ferro per fare le ostie - due messali vecchi - due candelieri di ferro - Una pianeta e un piviale di cias scun colore liturgico e anche due dalmatiche di color rosso per la festa del patrono - tré camici - una cotta nuova e due vecchie - una mantelletta per Viatici - un velo omerale -un baldacchino di seta - la campanetta della porta della sagrestia - "las rèulas" - due campane nel campanile. Tutte le quali cose si son trovate nella sopraddetta parrocchia di Sèrzela, come si sono descritte e consegnate al Rettore di Sardara rappresentato dal suo procuratore Rev. Sac. Antonio Maxia. E perché consti se ne redige il presente atto.

Firmati.
Rettore Giuseppe Antonio Uccheddu Delegato della Curia –
Sac. Antonio Maxia Procuratore del Rettore di Sardara –
Giovanni Palmas Notaio e Segretario della Curia di Ales –

AGGIUNTA: "Nello stesso giorno e nella stessa parrocchia di Sèrzela - Rimangono nella chiesa, per ordine della Curia, i seguenti oggetti, che si affidano al Sac. Sisinnio Antonio Murgia Viceparroco di Gonnostramatza, per le occorrenze della festa di San Paolo: Un frontale rosso d'altare - una pianeta di Damasco rosso con accessori e amitto e camice e cingolo - un calice con coppa d'argento e piede d'ottone con relativa patena d'argento - sei candelieri di legno dorato e relativa croce d'altare - carte gloria - pietra sacra tré tovaglie - corporale - purifìcatorio - piattello con ampolline e asciugatoio -messale e leggio. Del che facendo fede, si firmano: Sisinnio Antonio Murgia Sacerdote -Rettore Giuseppe Antonio Uccheddu Delegato - Palmas Notaio e Segretario.
Gli arredi inventariati ci danno un'idea della semplicità con cui erano state sempre svolte le funzioni religiose nel paesello di Sèrzela. E ci lasciano pure edificati nel vedere che tutto era in regola, e i vasi sacri in buono stato: segno che il sacerdote locale, quantunque povero, era uomo ordinato e ben compreso della dignità del culto divino. I principali reggitori della parrocchia di Sèrzela furono però sempre i Rettori parrocchiali di Sardara, e anche ad essi spetta la dovuta lode per l'impegno che ponevano acciocché la parrocchia di Sèrzela fosse ben tenuta e corredata di preziosi arredi, con tutti gli ornamenti indispensabili al decoro della casa di Dio.
I documenti sopra riportati costituiscono come l'atto di morte dello scomparso paese. Ed un senso di compiacenza produce il vedere che quella morte avvenne in grazia di Dio, col conforto, fino all'ultimo, dei santi Sacramenti, e con l'assistenza premurosa dei Sacerdoti.

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